Digital design with sound waves: When Bowie met Frisina

Finally, during this pandemic time I was able to complete a personal project that I really cared of. After all it is dedicated to my partner and I.

Inspired by the project developed by Gensler SF & SDA for the IBM Watson Experience Center (https://arktura.com/product/ibm-watson-san-francisco/), I combined audio waves with data design. Audio waves from, respectively, “Alto e Glorioso Dio” performed by Marco Frisina and “Ziggy Stardust” by David Bowie, are turned into a sequence of curves which are then lofted. From the surfaces I could obtain their topography contours in the form of closed curves. Their internal points have been used to generate two patterns: Voronoi subdivision pattern that corresponds to “Alto e Glorioso Dio” while Ziggy Stardust’s curve points have been translated into a mesh triangulation.

Because of the idea was to laser cut these two patterns, lines are offset. However, due to Covid-19 lockdown I could only post-process these patterns on Photoshop. The work is still in progress but I think the intricacy of the image is compelling just as much.

whenbowiemetfrisina

Buone feste

Quell’uomo al centro della foto sarebbe potuto essere milionario…

Una foto che avevo scattato e mi era sfuggita dall’ultima manifestazione delle #sardine a Roma e che mi induce due pensieri differenti:

Il primo è una trasposizione di un ragionamento architettonico. Così come lo spazio architettonico lo fanno le persone, trasgredendo spesso la volontà dell’architetto; così le manifestazioni non le fanno i microfoni e la voce di chi sta sul palco ma la gente che le attende. Senza voler fare retorica, ne critiche morali (che poi la morale insisto dovrebbe essere etica), in un contesto che parlava di esclusione, l’escluso (la persona nella foto, che qualcuno potrebbe dire paraculamante si presenta nelle manifestazioni di sinistra a chiedere l’elemosina) viene esclusa o ignorata.

2) la foto e il fatto che se ognuno nella piazza avesse dato al signore 1 o addirittura 0,50 centesimi, il signore nella foto sarebbe diventato milionario è un esempio (nemmeno troppo azzardato) sulla distribuzione della ricchezza. Mi porta a pensare a quanto poco basterebbe per distribuire la ricchezza e quanto questa, a vari livelli, sia mal distribuita. Basterebbe poco e basteremmo noi probabilmente… sicuramente credo questo sia un ragionamento che andrebbe fatto coralmente, cioè trasversalmente.

Buone Feste…

Città, degrado e orizzonti temporali

In questi giorni (semmai fosse veramente passato) torna in auge il tema del degrado a Roma, che già nel 2015 provavo a descrivere così. Nel mentre scrivo questo post, si assiste anche un altro tema spinoso, la storia di una nave che salva vite umane e che non può sbarcare, che credo calzi perfettamente il tema che intendo esporre.

Viste le due tematiche qui sopra, vorrei realizzare un collegamento, iniziando col delineare il legame percettivo che accompagna l’immagine di qualcosa definibile come degrado. Con questo, anticipo che mi interessa poco limitarmi a dire che l’immondizia in strada costituisca degrado. Cosa che certamente è vera. Piuttosto cercherò di formulare una definizione di degrado che permetta di realizzare un parallelo, non poco rischioso, tra lo scarto e ciò che viene scartato e gettato via (immondizia appunto) e quello che avviene con alcune vite, la cui presenza nello spazio pubblico costituisce una forma di degrado che diventa strumento per una feroce quanto ottusa propaganda politica.

Qualche settimana fa per lavoro mi è capitato di passare su una strada pertinenza di un consorzio che gestisce la raccolta rifiuti porta a porta. L’immagine, più o meno quella di questa foto (purtroppo stavo guidando e non ho potuto scattare foto li), mostrava una serie di sacchetti ordinati lungo il ciglio della strada in attesa che gli operatori della raccolta porta a porta passassero.

foto della raccolta porta a porta a Giardini Naxos

Il contrasto con quanto siamo abituati a vedere a Roma negli ultimi tempi è evidente (e pensare che qualcuno ha indetto perfino un concorso…)

Vorrei qui delineare un’ipotesi, ciò che definisce una situazione quale quella dei rifiuti di Roma come degrado percezione potrebbe essere legata non semplicemente alla presenza di immondizia in strada. Piuttosto, ritengo sia più utile legare il degrado ad un’orizzonte temporale la cui aspettativa è dilatata in un tempo indefinito o peggio assente.

Analizzato sotto quest’ottica, il degrado si accosta ad una sensazione legata all’irrisolvibile. Infatti, tornando all’esempio dei sacchetti ordinati lungo la strada, l’idea che traspare è quella di un’attesa programmata, in altre parole gestita, volta a prevenire accumuli eccessivi in strada. Quello che si intuisce è la presenza di una sovrastruttura che opera in maniera performativa: promette l’erogazione di un servizio e mantiene questa promessa. Ovviamente, nel caso contrario (come l’esempio di Roma sembra mostrare) è che la promessa stabilita dalla sovrastruttura che si occupa della gestione dei rifiuti in città, non venga mantenuta. In tal senso, la sovrastruttura rompe l’aspettativa e cioè l’orizzonte temporale entro il quale ci si aspetta che i sacchetti di immondizia vengano raccolti (e nel frattempo si accumulano- aspetto questo che certamente interessa aspetti di responsabilità e si presta a macchinazioni più o meno celate di natura politica).

Se questo è vero, è pertanto possibile dire che: il degrado è percepito come un accumulo di materiale (di qualsivoglia natura) che viene prodotto a seguito di un processo di consumo, esaurimento e successivo scarto e questo accumulo è dovuto alla rottura di una promessa. Se il patto è che debba esistere una sovrastruttura che si occupa dei rifiuti a Roma allora l’aspettativa sarà che questa sovrastruttura si occupi della gestione di questi prodotti di scarto in maniera tale da non creare eccessivi accumuli in strada. Il patto (e quindi la promessa) è sancito attraverso il pagamento di una tassa e acquista i tratti dell’erogazione di un servizio.

A riprova di quanto enunciato qui sopra, quando circa quattro anni fa l’attore Alessandro Gassmann con l’hashtag #romasonoio proponeva e invitava i cittadini romani a scendere in strada e pulire, la risposta di molti utenti attraverso i giornali e social media fu negativa. Poiché si pagano le tasse per il servizio di pulizia delle strade e raccolta dei rifiuti, non era compito dei cittadini ma della sovrastruttura che erogava tale servizio effettuare una buona raccolta dei rifiuti in strada. Stesso dicasi per il gruppo di architetti GAP (Gruppi Artigiani di Pronto-intervento) che, con l’aiuto della notte, riparano pezzi di città dall’incuria dovuta alla mancanza di intervento della sovrastruttura di riferimento (in questo caso il comune di Roma).

Occorre a questo punto ritornare un momento sulla definizione di degrado formulata poco sopra per aggiungere un’ultima riflessione. Se si sposta l’attenzione direttamente sulla presenza dei sacchetti in strada, si noterà che questi non sono il vero problema ma semmai l’esposizione evidente di un problema che ha radici più profonde e che coinvolge, seppur indirettamente, i cittadini stessi. In un’ottica un po’ animista quel che rimane è che questi sacchetti restano pubblicamente esposti alla giornata, privati come sono di un orizzonte temporale all’interno del quale la loro pubblica presenza possa essere gestita.

Proverei ora a spostare i ragionamenti fatti fin qui su un piano più prettamente legato all’essere umano. Che l’immondizia possa essere una metafora potente a spiegare come alcune forme di vita subiscano gli stessi meccanismi di scarto lo dice il Papa stesso. Nell’enciclica Laudato Si, dove Papa Francesco lega intimamente la povertà e il degrado sociale con le questioni più attinenti all’inquinamento e il degrado planetario, il Pontefice scrive “questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura.”

L’aspetto però che mi preme maggiormente raccontare è quello relativo all’orizzonte temporale. Nel cortometraggio A Memoria di Maresco e Crispì la povertà è descritta attraverso la rappresentazione di corpi inerti che vagano in architetture fatiscenti. Il dispositivo mediante il quale l’assenza di orizzonte viene espressa è infatti proprio quello architettonico: il movimento, che da gesto funzionalizzante si rende inespressivo, quasi fosse un riflesso involontario, descrive corpi che navigano all’interno di un contesto spaziale spogliato di qualunque funzione, abbandonato ed esposto a se stesso proprio come le figure che vagano in esso.

Che il possedere un orizzonte temporale fosse una chimera, gli antichi Greci lo sapevano bene e lo identificavano nell’effimero. Effimero infatti non aveva, al contrario di noi contemporanei, alcun legame con la durata breve di un evento. Piuttosto, significava esposizione al giorno e alla giornata. L’essere umano era esposto agli eventi, viveva la giornata sotto il giogo di una volontà divina, che inquadrava l’esistenza di qualunque individuo all’interno di una costante precarietà. È proprio quest’ultima, a mio avviso, che la nostra società iper-moderna e iper-connessa si affanna a raccontare diversamente sotto le spoglie di una stabilità fittizia e conformante.

Quando sento politici inneggiare a tutte le decine di migliaia i persone che lo seguono lo slogan “porti chiusi!” Il mio pensiero non può che tornare a quello che descrivevo sopra riferendomi all’immondizia. Mi domando infatti cosa succederebbe se da domani la sovrastruttura che si occupa dei rifiuti a Roma dicesse che i cassonetti sono chiusi e che i rifiuti ce li dobbiamo gestire a casa nostra (continuando a produrne)? Quello che a me pare sfugga nel dichiarare che i porti sono chiusi, che certe persone è meglio che non arrivino, è in realtà un’implicita dichiarazione di incompetenza, di una manifesta incapacità di gestire una situazione che genera un accumulo di persone, esseri viventi, che vengono trattati alla stregua dei rifiuti. E la presunta soluzione propinata avviene per mezzo di un atto de-responsabilizzante che colpisce soprattutto l’altro (il più debole).

Quello che vedo accadere in questi giorni così come quando lo raccontavo nel post del 2015 sono cittadini, siano essi una capitana di nave piuttosto che un senzatetto, che si assumono la responsabilità di prodigarsi per un bene superiore che è in fondo un bene comune, assumendosi tutti i rischi connessi a tali gesti. Queste azioni, se da un lato esprimono un senso critico fortissimo verso un modo di intendere l’agire politico quale erogazione di un servizio, dall’altro invitano e aprono questa stessa azione critica ad un ripensamento: la vera innovazione sociale si attua smettendo di intendere i problemi che si presentano di volta in volta e in sfere differenti come la rottura di una promessa legata ad un servizio, che spesso sfocia in mera lamentela e disillusione. Piuttosto, perché si attui una vera innovazione sociale e culturale, occorre comprendere e ripensare il nostro senso civico in una chiave più ecosistemica.

Intolleranza e paura verso l’altro: commenti dal libro La città dei ricchi e la città dei poveri di Bernardo Secchi

Non trovo un modo corretto per introdurre questo post un pò “out of the bloom”… Semplicemente, dopo anni che non mi dedicavo più alla scrittura di un post, ho deciso di riprendere.

Riparto quindi, prendendo spunto dalla lettura del libro La città dei ricchi e la città dei poveri di Bernardo Secchi per approfondire una delle tematiche che più mi sta a cuore e che ho avuto modo di sviluppare durante il mio dottorato, quella del rapporto tra tolleranza e intolleranza verso l’altro.

La città dei ricchi e la città dei poveri (il titolo non lascia  fraintendimenti) ha come tema centrale il rapporto tra diseguaglianze sociali all’interno di contesti urbani. Tema questo, sempre attuale, che si acuisce di volta in volta e che pare non riuscire a trovare risposte efficaci. Uno degli argomenti che mi ha maggiormente deluso per il modo in cui viene trattato è proprio il tema dell’intolleranza verso l’altro (anche se, a parziale, e solo parziale, giustificazione va detto che il libro risale al 2013).

L’intolleranza verso l’altro è collegata, nel libro, ai cosiddetti dispositivi di esclusione e introdotta principalmente come una paura verso l’altro. Se da un lato, anche semplicemente a livello empirico, è vero che la paura verso l’altro possa sfociare in comportamenti di intolleranza, lo sviluppo di questo argomento risulta articolato con troppa frettolosità e sprovvisto di un’adeguata analisi della letteratura sul tema. Da questo assunto, illustro delle mie considerazioni circa la relazioni tra tolleranza e intolleranza, frutto del mio lavoro di dottorato.

La tolleranza/intolleranza, cosi come descritta dal filosofo Zizek, si comporta come un elastico: si è tolleranti fino ad un certo punto. In altre parole, il limite stabilito da questo elastico si deve rintracciare nel duopolio tra sfera pubblica e sfera privata. La prima consiste in un insieme di dispositivi tali per cui un individuo deve assumere determinati comportamenti affinché non si urti l’altro. Nella sfera privata invece, un individuo è libero di assumere qualunque tipo di comportamento poiché non sussiste alcun pericolo di mostrarsi ad uno sconosciuto altro. L’aspetto più interessante da notare è però la relazione che sussiste tra questi due poli. Hanna Arendt (successivamente ripresa da Judith Butler) attraverso l’esempio della polis greca e di come si articolava la vita al suo interno, asserisce che la sfera privata è ciò che influenza la sfera pubblica. In altre parole, la consapevolezza che taluni comportamenti possano essere esercitati solo nella sfera privata (tra le mura domestiche, lontano da occhi indiscreti) influenza tutti i comportamenti che possono essere esercitati all’interno della sfera pubblica.

La sfera pubblica però non è solo lo scenario nel quale si possono o non possono attuare determinati comportamenti, con tutte le limitazioni e accezioni a questo argomento (comportamenti trasgressivi possono sempre sfuggire al controllo e attuarsi in zone più remote o in orari in cui aree pubbliche sono quasi del tutto spopolate). In effetti, la sfera pubblica può dirsi essere lo scenario in cui un corpo appare ad un altro. È la sfera nella quale la diversità si manifesta e coesiste con ciò che è reputato normale (cioè normalizzato e reso abituale). In questo, l’esempio della polis greca ritorna particolarmente utile.

La strutturazione della sfera pubblica nella polis greca era mutuata da quella privata. Questo era particolarmente vero per quel che atteneva il linguaggio. Nell’antica Grecia non si parlava altro che greco, e questo creava una vera e propria distinzione con coloro che non lo parlavano, i barbari, che pertanto avevano scarso accesso alla sfera pubblica. Il dispositivo di esclusione pertanto, era principalmente dovuto al linguaggio (e ai modi di espressione a questo collegati) dei singoli individui che erano divisi in due distinti gruppi: coloro che parlavano greco e avevano accesso alla sfera pubblica ed i barbari che non ne avevano accesso. Il linguaggio e i modi di espressione, le modalità di apparire e presentarsi pubblicamente (performatività) diventavano quindi una barriera di accesso e uno strumento di esclusione, dove la contaminazione (culturale, linguistica, di modi e maniere) veniva percepita come pericolo e quindi oggetto di preservazione.

Questo ha implicazioni anche con l’idea di tradizione, che Secchi sembra costruire con un senso quasi giustificativo definendola come “qualcosa di specifico e di riconoscibile, dotato di un certo grado di permanenza; qualcosa che viene tramandato da una generazione all’altra…”. Al contrario, come ha mirabilmente descritto Anthony Giddens, la tradizioni (ed i costumi e abitudini ad esse associati) debbono essere considerati come un vero e proprio artificio del potere atto a mantenere se stesso attraverso una serie di indicazioni più o meno scritte, che vengono, prima ancora di essere tramandate, stabilite per essere tali (un esempio fra tanti è il kilt Scozzese, una bellissima invenzione industriale fatta da un Inglese nell’800).

In questo senso, se con tradizione intendiamo anche abitudine, è interessante lo spunto di Zizek sul rapporto tra poveri e ricchi. In tema di tolleranza/intolleranza verso l’altro, il povero agli occhi delle classi più abbienti puzza sempre (per la cronaca il film Parasite premiato giusto ieri a Cannes si ispira a questo). L’esclusione verso l’altro avviene qui secondo un dispositivo di preservazione igienico/sanitario che anche in questo caso forma una barriera. In qualsivoglia forma, l’intolleranza verso l’altro attiva dispositivi di esclusione che possono essere descritti, come anche Bernardo Secchi fa, attraverso il muro.

Il muro, argomento quanto mai attuale (vedi Trump), è però risolto troppo frettolosamente da Secchi come un mero dispositivo di separazione, che elude tutto un corollario di dispositivi legali che si attuano all’interno dei limiti che il muro stesso stabilisce.

Il muro infatti è uno strumento che può definire una proprietà (separando la sfera pubblica da quella privata) ma non solo questo. Il muro diventa anche un dispositivo per la sospensione della legalità attraverso quello che Agamben definisce uno stato d’eccezione. È questo il caso dei campi di internamento nazisti (e forse anche dei centri di detenzione migranti in Libia) nei quali il confine di segregazione determina uno spazio che non è ne interno ne esterno. L’esclusione è di fatto eccezione nel senso di qualcosa che viene preso fuori, “incluso attraverso la sua stessa esclusione.” Il campo, delimitato dai muri, diviene quindi uno spazio sospeso in cui la possibilità di commettere o meno atrocità non dipende dal diritto ma dall’etica della polizia che vi esercita un diritto sovrano. I campi, delimitati da muri, sono spazi nei quali la cosiddetta nuda vita (una vita la quale non dispone più di una rete sociale, giuridica o politica che possa prevenire il suo decesso o più figurativamente la sua scomparsa ed esclusione) e la vita politica entrano in un rapporto di indeterminazione. Ed infatti, giustamente, Agamben menziona tra gli esempi di campo anche le periferie urbane.

È possibile però inquadrare questo rapporto di indeterminazione che il muro stabilisce anche in un accezione più costruttiva. Nelle periferie, il muro diventa anche lo strumento per la liberazione e l’espressione di gesti di estrema creatività che possono essere considerati veri e propri dispositivi emancipanti. È questo il caso della cosiddetta street-art (come nel caso del Tufello a Roma) o della disciplina del Parkour, espressioni di libertà che nascono proprio da quell’indistinto rapporto tra nuda vita e vita politica che il muro quale confine segregante della periferia stabilisce. Da barriera però, in questi casi il muro diviene altro. Per dirla con Deleuze, il muro si trasforma in Rizoma: un dispositivo reversibile, suscettibile di cambiamenti e trasformazioni continue, frutto di costanti processi di temporanea indeterminazione e temporanea determinazione (“deterritorializzazione”).

Urge però ribadire che questa forza creativa ed emancipante, nata appunto dall’esclusione e dall’intolleranza verso l’atro, non è risolutiva. La sua forza emancipante non basta ad attuare un reale processo di inclusione. Piuttosto, queste pratiche finiscono col determinare un ulteriore campo all’interno del quale persistono dinamiche escludenti verso l’altro. Assistiamo cioè alla formazione di pratiche che tra loro sono e rimangono alternative e che tendono ad escludersi reciprocamente. I dispositivi di esclusione pertanto non appartengono solo a quelle forme egemoniche di potere descritte prima (quelle forme dove si assiste ad un rapporto impari tra due forze), ma anche a quelle forze di opposizione che da escluse, trovano inclusione in nicchie alternative.

Per concludere, l’argomento relativo all’intolleranza ed esclusione dell’altro risulta essere quanto mai stratificato e complesso. È un argomento per il quale le risposte non vanno cercate solo attraverso l’attuazione di dispositivi legali o urbanistici (progettuali e non), nè attraverso la richiesta di inclusione attraverso il gesto di protesta (sia esso anche artistico o di qualsivoglia altra forma). La risposta quanto mai anche architettonica va ricercata proprio in quel campo di indeterminazione e precarietà che si apre tra vite nude e vite politiche, strumenti legali e non, tradizioni e contaminazioni.

provocative optimism

i was re-reading through city of panic by french philosopharchitect paul virilio. especially when he mentions karlheinz stockhausen’s comment on 9/11 and how it was, according to the musician, ‘the greatest work of art ever made.’

nowadays we are all aware of what isis (isil, is … the name apparently changes more than the weather in scotland) is in as much as we are constantly reminded of potential bombing attacks in cities such as london or rome. i was actually struck by the fact that a week after the attacks in paris the city centre of rome was deserted by people, even though monuments where open over night. i was said from friends in rome that most of them no longer use the subway or hardly go to clubs in the city centre.

to look at this with some provocative optimism: as long as the city centre seems to be very dangerous, may it be the case that people start exploring often forgotten and excluded peripheral areas of the city (and their inhabitants) that nowadays are probably perceived as less dangerous as city centres? perhaps the most artistic aspect of this living under the constant presence of a potential bombing attack is the fact that it exposes a certain status symbol inherent in everyday life…

#Parisattack: Sometimes asking why becomes pointless

Last night was a hard night for Europe. Seven terrorist attacks hit Paris killing more than 120 people. Isis, the (supposedly) terrorist organisation has claimed the attacks, warning also for future attacks in Rome, Washington, New York and London.

Scrolling my Facebook page I see my wall filled with messages from my friend list reporting feelings of solidarity, sadness, anger and incredulity for what happened just yesterday. Since yesterday evening, TV news started reporting facts and updates, trying this morning to reconstruct a rationale for what happened. And the same is what I found again, by scrolling my Twitter and Facebook page. I see people posting claims that try to give reasons. Some says, it is because of the immigration, some other says that after all European governments have bombed ISIS, therefore now we do not have to be surprised if they react and attack us.

However, I believe that in this occasions asking why is pointless.

A terrorist attack is surely something horrific for it involves innocent civilians. It is aimed at establishing a sense of insecurity and fear, together with a lack of trustiness among people belonging to different cultural and religion backgrounds. And still, one may find him/herself to ask why all this happened; How comes that some people are capable of such cruel and wicked actions against other innocent people?

Asking why it is pointless. I want to stress it once again. And the reason is that it is too easy. Once I read a sentence in a movie saying: “Life is what happens when you are making other plans”. What does this sentence mean? I would like to borrow a personal experience I had just recently and use it as a metaphor to give some sense to the whole.

I am person who likes giving to other people. As an architect and activist I work for and with homeless people for instance. I do it because I believe in what I do and I do it with no expectation. That is the way I am.  I am still the same type of person with other people, especially with personal relationships. I give with no expectations, for the pleasure of giving to some, of showing that love another person is something not to be afraid of. That if you wake up at 4am just to send a text before the person leaves for another country, showing you truly believe everything will be fine and you are there for this person. That,  when sending a box with belongings that this person has temporarily left at your place, if you put stuff for breakfast just as an aid because you know this person has just moved in a new place. That if you write a poem and dedicate sweet thoughts throughout the day to make this person feel better when the self esteem seems so low. You believe that after all, this is something that is fundamentally you. You do it because that is the way you are and you cannot expect something back. You do not demand it (up to a point and perhaps it is also fine to question whether if somebody does not do anything for you if there is something wrong with you). Of course all this came with some mistake. Nobody is perfect and you acknowledge this and it is not a problem. And yet, simply you believe the other person and believe that by showing love with no expectation, talks with no conditions and so on the other will be some how, at least, receptive.

I was surely making other plans with regards to this person…

All of a sudden, everything you have done is turned against you. It is denied. You are said to be nothing, to have been nothing for this person. To have been selfish, wrong, a stalker, a disturbing presence, that you are and were worth nothing for this person. And you try asking reasons, you interrogate this person and ask why. You want the person to motivate such bad claims. And yet, no explanation arrives. No reason to support this. You believed in this person and find yourself facing something that remains inexplicable. That has no logic if not the one of not having understood that either this person is having some hidden and bigger problem inside or is really just nasty and wicked.

I spent quite a lot of time wondering about why. I was hoping that by understanding why I would have felt relieved or just finding a rationale would have made me understood how to do with this person. Nonetheless, all this wondering about whys was unfruitful. It is unfruitful because when I wondered why the other was doing such a bad thing, I was missing the point with myself. It is not why the other does or is capable of such bad words and actions. It is the fact that probably it is me that is incapable of accepting this. Therefore it is not why the other has done what happened. Rather, am I feeling so bad because I am incapable of accepting something? And if so, how can I move on? Some time there is nothing much one can do but accepting certain situations and realise, how can I get better soon?

Europe, despite disagreements, despite I personally do not feel myself with saying is governed fairly. Despite plenty of inequalities and injustices, cases of corruption and so on, is still a continent made by people granted of  freedom of speech and expression. Governments may be bombing other countries, however people, European people are mostly welcoming people. Folks that welcome the other and are willing to help the other. In Paris, #portouvert yesterday meant that other Parisians were offering their houses to host people that could not reach their flats. The moment of danger has established a sense of solidarity but this comes only because that feeling is already present in these people. European people have been since forever a cultural mix, a coexistence of different cultures influencing one another. Therefore I am tempted to argue that the messages I have seen today are genuine and are there because that is the way most of the people is made. We are capable of manifesting solidarity and sharing goodness.

However, asking why becomes perhaps more a means to feel provoked and look for a possible counter-action. A reaction! Not to sound too religious, I would like to recall a passage from the gospel where Saint Mark is said to turn the other cheek if slapped. Personalities such as Ghandi and Martin Luther King had more or less a similar attitude towards provocation. Asking why becomes useless because it is too easy. It implies that one is seeking in the other’s action reasons to move on, to get better or to react. It is blaming vs blaming. It is a reaction following another reaction. However, can a reaction be really an action in as long as it comes after a provocation?

The more I read this post the more I believe it could be written better. I am not really good at writing and yet, doesn’t asking why become only a means to blame something for my bad writing? Perhaps I am too lazy to edit it or to impatient to post it. I have to accept it and think how to work and write better a next post, isn’t it?

 

London: Protest and stillness. Loose thoughts on de la Boetie

I spent a few days in London and experienced something that made me reflect upon what the French writer Etienne de la Boetie in Discourse on Voluntary Servitude wrote about. I talked to some people leaving and working in London. What I heard was more or less similar, 10 hours working day at a very low salary that is barely enough to cover the rent of a room-far-away-from-the-workplace and the rest of the living expenses (bills, transportation costs, etc.).

Etienne de la Boetie, a French noble personality lived in the 16th century, describes this condition as voluntary servitude. However, what de la Boetie argues is that this condition of servitude does not need to be fought by people: “It is incredible how as soon as a people becomes subject, it promptly falls into such complete forgetfulness of its freedom that it can hardly be roused to the point of regaining it, obeying so easily and so willingly that one is led to say, on beholding such a situation, that this people has not so much lost its liberty as won its enslavement.” What he suggests then is to refuse the consent to tyrant, giving nothing to him. As de la Boetie says “It is therefore the inhabitants themselves who permit, or, rather, bring about, their own subjection, since by ceasing to submit they would put an end to their servitude.”

One may tempted to argue that what it is suggested here recalls the idea of striking. Workers that stop working, e.g. they stop making function a factory in order to ask for a better salary or less working hours or more permission days and so on. However, I believe the analysis is not as easy as it seems. The idea of strike implies an a priori demand that is not achieved. Workers were already asking for better working conditions and when these were not agreed they started striking. It is a reaction that comes as a form of protest against the factory owner. Once the demand is satisfied, there is no longer need to keep the strike on. Striking admits negotiation, the mediation between two parts that are dialectically opposed one to another. It implies  the fact that, by situating itself in one of two dialectical poles, it gives meaning to the other alternative one. That is, there could not be any protest if there were not factory owners establishing certain working conditions. Dialectical poles support one another.

de la Boetie’s argument is instead an a priori refusal to serve without demanding of anything. It implies no negotiation. There will be no mediators appointed to achieve a deal. It is a form of refusal that does not come with fighting but stillness. Perhaps, the lack of demand or request as a refusal to serve becomes a presence that simply is not comprehensible for the other counter part, i.e. de la Boetie’s tyrant or the factory owner. However, it is a presence that is not neglecting the other.

(In this respect one should be tempted to think about the hypocrisy inherent in the relationship between working and striking. On the one hand workers are dependant on the factory owner or the tyrant. On the other they are refusing and fighting against him.  This condition implies a form of survival that is anyway a form of dependancy. )

While in London I wondered about the shock that de la Boetie’s approach could manufacture. But then I was suddenly reminded about a quote from Giovanni Falcone, an Italian judge who was killed by mafia in the 90’s came into my mind. He said: “That things are the way they are does not mean they should so. It’s only that when it comes to act and change there is a price to pay. It is then that the majority prefers to complain rather than doing.”

And here I stop…

What is this thing called democracy: life of a phd caught in a moment during a lecture about hermeneutics

I started thinking about how architecture could be more democratic. Actually one may be tempted to ask whether architecture is democratic. A question that surely transcends the mere profession- the act of conceiving, developing the design and then building an edifice. Can democracy be displayed, made some how explicit through design? In my master thesis (the starting point of my PhD) for instance I worked on the idea of hierarchy and the fact that people, architecture users in a multi-core space typology could have the possibility of building their own hierarchy and narrative.

Is offering the possibility of using a space in a variety of different ways that resemble some how the idea of freedom really democracy? Bernard Tschumi, one of the most influential thinkers I had during my student life and then now in my PhD life, based his work on the idea SEM: There is no Space without Events; no Events without Movement; therefore no Space with no Movement. Movements of people articulate space and of course may manifest events through bodily movements (including every artificial prosthesis, e.g. smartphones), whose define a narrative within space. A space will always talk about what the people into it will make it talk about.

However, I have the suspect this is not freedom nor is it democracy.

It is here that things become a little bit more complicated. When I was interviewing Tschumi in Paris, we ended up talking about performativity. Architecture is surely performative in such a way that a same space can be coercive in as much as freeing, according to certain circumstances and interpretation that people will give to it. Judith Butler says that we bring our private life into the politic of the public. And in fact we can observe this every time.

Public spaces, architectural spaces, everyday reality are characterised by protocols, customary behaviours: In Italy, a person who is having dinner on a restaurant outside at 6 pm is looked at with suspect whereas in the UK this may be pretty much expected, customary.

Tschumi again, in this respect insists on the fact that architecture has customary good intentions and where having a pole vaulting competition inside the Sistine chapel could be a possible way for temporarily negating those good customs. However, this may be seen as a violence. What about if one really wanted to visit the Chapel? What if one wanted to respect those customary good intentions? We are always caught between two poles, asked to decide which one of the two is closer to us, more convincing, more appealing, more exotic, safer, trickier, more intriguing, more depressing, more challenging, more fucking I am running out of adjectives such it is so awesome.

Is this democracy? I believe not yet and not fully. If democracy is abundance of choices, then why the fucking hell everybody has something to complain about?

I believe in this respect I have sufficient ground to outline two aspects: First, architectural space, from the most coercive to the least one, is anyway a terrain vague, which is open to appropriation by people and adaptable enough. That is people  may always find alternative uses for it. Second, architectural spaces are not democratic, including those projects that are the result of participatory processes.

In La Nascita della Filosofia (birth of philosophy?) Giorgio Colli mentions that democracy in Ancient Greece was initially based on the polis. That is the politic of the city was articulated through dialogue among people. Never the less, at some point, the discussions started to be attended also by people whom did not want to take part in any dialogue. They just wanted to listen to. Rhetoric slowly but progressively became the prominent way of interacting with people. Rhetoric is of course persuasive, it is based upon the capacity of the speaker to present his/her talk in a more convincing fashion than others. So to say, the choices among which one individual could decide became more and more.

Is it then enough to say that because one has plenty of choices that is democracy?

And when people are asked directly like in participatory processes, is really democracy to close the process only to a number of interested people? Will not that project result as rhetoric, that is maybe appealing maybe not to the rest of the others? Have you ever heard about a rich person who is really interested in taking part in a co-housing project? And vice versa have you ever heard about a very poor person interested in taking part in a luxury high-end building development? One word: exclusion.

Therefore, what is this bloody democracy (in architecture)? I put architecture between brackets because as mentioned in the beginning is a question that transcends architecture and the profession of architect. It is a question that touches the sphere of public life, which is both collective and individual. Perhaps, questioning what is democracy (in architecture) acquires some sense more than asking the same but with in medicine or in economy or in you think of, because despite the many tv series about cops, hot improbable doctors, fair economists, genius and so on, we are all condemned to live within architecture surrounded by architecture. At least, this is what I read somewhere when I was preparing an exam on aesthetics of architecture. We live within architecture and within architecture everything, e.g. protest, sex, murders, power, economy, love, medicine, dialogue, injustice, is exercised. And you won’t escape this, not even that one who will be tempted to live off grid on the moon, probably escaping the fact that the suite s/he is wearing is a sophisticated piece of personalised wearable architecture.

Probably within this rhetoric democracy, what is missing is that everything is inter-connected. That is, this is not to dust off the famous chaos theory where a butterfly in Latin America may cause a hurricane in Australia. At least not just this. The very less sophisticated reason is that we are one humanity inhabiting one land, one Earth. I look with passion at the picture taken by astronaut William Anders in 1968 and what he says about just after having taken it: He outlined how, the extraterrestrial distance made human features on earth disappear. No borders, no lakes, no mountains, just a blue, green and white sphere in the middle of nothing. That is what we all inhabit, one unique sphere in the middle of the bloody nothing.

This acknowledgment by Anders was only possible by looking at the planet from extraterrestrial distance. However, it is a nice metaphor to think about: how can we reproduce that extraterrestrial distance so that everybody is acknowledged to have a part into something which is as collective as individual? A type of network which is like a flock of birds in the sky, you see one bird moving and the rest will follow it as well as where sometime one bird just leaves the flock and is followed by others, to return again at some point, and others will do the same again and again, and again.

Probably it is not fully clear, surely this incompleteness is democracy.

 

 

Leading a good life in a bad life: Is empathy empty?

“How can one lead a good life in a bad life” by philosopher Judith Butler is as a small as thought provoking essay she wrote in the occasion of a conference on the work of Adorno. I found her words really of help for the last part of my research, particularly in the work I am carrying out with homeless people and the aspect with empathy that I have always tried to avoid in my research.

Butler starts her argument about how to lead a good life in a bad one by examining those subjects whom may be regarded as already dead. Death is in fact one of the most striking aspect Butler touches in her work. She argues how we all need to live a life that has secured itself from any threat. A life that in case of danger has a form of support, e.g. family or friends, that is going to prevent it from death.

Death in this respect can be addressed in a twofold fashion: First, the physical death of a subject which is neither prevented nor is it noticed. It is often reported how during winter many homeless people are left dying on the street. Isn’t this condition enough to say that they are non living humans whose lives are not secured from death? whose lives are, in case of danger, not supported by anybody? Secondly, the aspect with death can also be intended as social status. That is to say, a life which is socially speaking death because there is nobody that will prevent one to become homeless. Once I was explaining my project to a group of people in Edinburgh and one of them at some point outlined an interesting aspect. He asked how it was possible to become a homeless, ending his thought saying that eventually one must be either really alone or decide to cut any kinship to become a homeless. He concluded that it would be impossible for him to become a homeless person because of all his friends, family and relatives would have prevented him from that. Therefore it may be argued how also socially speaking the life of a homeless person is a non life, characterised by the absence and support of those whom are kin to you.

The argument with death is probably one of the most interesting aspect that emerged from my work with homeless people, especially if framed with that idea of empathy towards the other. In particular, once I found myself debating with other people on Facebook about a project of tiny little shelters for homeless people designed by an architect in London. I am pretty skeptical about this type of projects as I do believe they stigmatise the condition of being homeless. However, at some point one of the people debating asked me whether I had ever been homeless, arguing how to find a dry place to sleep over was surely a great solution. My answer was: “No, and that’s why in the project I am running having a relationship and sharing time with the community of homeless people I am working with is the most important part of the whole project!” However, that question perhaps outlined or implicitly admitted an aspect with empathy. Does one need to empathise with homeless people in order to offer a proper help? I believe not. I believe the answer should be readdressed in a different fashion.

The argument above mentioned with death outlines an aspect of being homeless: the lack of horizon. To use Butler again, how can one lead a good life if everything is surrounding you probably is saying that you are already regarded as dead, as a non-living human? This is why I believe the question whether I had been or not a homeless is not useful. That is, whether I have to be poor and with no place to go over night. Quite surely my background is the same as the guy in Edinburgh that said he could never found himself homeless. However, perhaps it would be more considered to think in terms of lack of horizons. This is something that perhaps everybody has experienced in his/her life. When you feel crap because you see no ways, no stimuli, when the person you care the most turns out to have left you in the moment you probably needed him/her the most. That burden inside the chest that makes you think you are just lonely, useless, inadequate…  despite all your effort. That feeling, probably is something similar to the one a person who has found him/herself homeless is experiencing everyday.

I have no idea whether this is something I started thinking because I am experiencing a tough moment myself, but I have the suspect that empathy is what homeless people don’t ask nor do they need it. This passed summer I was in Rome talking with some of the homeless people that are carrying out the project with me and one of them said: “Fabrizio don’t worry! The only important thing is that you are not ashamed of or embarrassed by being with us!” That is he was not asking me to try understanding his life. Probably the way he is living was a choice, or perhaps he just stopped believing in any better future. However, he’s request admits a sense of acceptance: I know I am a homeless person. What I ask you is to treat me with dignity. That is, he was neither pretending or asking me to be homeless nor was he pretending any sense of empathy. He was pretending a very simple thing, to have a dialogue between two humans. A type of relationship that transcends the social or cultural status, which is something cannot be universalised.