Città, degrado e orizzonti temporali

In questi giorni (semmai fosse veramente passato) torna in auge il tema del degrado a Roma, che già nel 2015 provavo a descrivere così. Nel mentre scrivo questo post, si assiste anche un altro tema spinoso, la storia di una nave che salva vite umane e che non può sbarcare, che credo calzi perfettamente il tema che intendo esporre.

Viste le due tematiche qui sopra, vorrei realizzare un collegamento, iniziando col delineare il legame percettivo che accompagna l’immagine di qualcosa definibile come degrado. Con questo, anticipo che mi interessa poco limitarmi a dire che l’immondizia in strada costituisca degrado. Cosa che certamente è vera. Piuttosto cercherò di formulare una definizione di degrado che permetta di realizzare un parallelo, non poco rischioso, tra lo scarto e ciò che viene scartato e gettato via (immondizia appunto) e quello che avviene con alcune vite, la cui presenza nello spazio pubblico costituisce una forma di degrado che diventa strumento per una feroce quanto ottusa propaganda politica.

Qualche settimana fa per lavoro mi è capitato di passare su una strada pertinenza di un consorzio che gestisce la raccolta rifiuti porta a porta. L’immagine, più o meno quella di questa foto (purtroppo stavo guidando e non ho potuto scattare foto li), mostrava una serie di sacchetti ordinati lungo il ciglio della strada in attesa che gli operatori della raccolta porta a porta passassero.

foto della raccolta porta a porta a Giardini Naxos

Il contrasto con quanto siamo abituati a vedere a Roma negli ultimi tempi è evidente (e pensare che qualcuno ha indetto perfino un concorso…)

Vorrei qui delineare un’ipotesi, ciò che definisce una situazione quale quella dei rifiuti di Roma come degrado percezione potrebbe essere legata non semplicemente alla presenza di immondizia in strada. Piuttosto, ritengo sia più utile legare il degrado ad un’orizzonte temporale la cui aspettativa è dilatata in un tempo indefinito o peggio assente.

Analizzato sotto quest’ottica, il degrado si accosta ad una sensazione legata all’irrisolvibile. Infatti, tornando all’esempio dei sacchetti ordinati lungo la strada, l’idea che traspare è quella di un’attesa programmata, in altre parole gestita, volta a prevenire accumuli eccessivi in strada. Quello che si intuisce è la presenza di una sovrastruttura che opera in maniera performativa: promette l’erogazione di un servizio e mantiene questa promessa. Ovviamente, nel caso contrario (come l’esempio di Roma sembra mostrare) è che la promessa stabilita dalla sovrastruttura che si occupa della gestione dei rifiuti in città, non venga mantenuta. In tal senso, la sovrastruttura rompe l’aspettativa e cioè l’orizzonte temporale entro il quale ci si aspetta che i sacchetti di immondizia vengano raccolti (e nel frattempo si accumulano- aspetto questo che certamente interessa aspetti di responsabilità e si presta a macchinazioni più o meno celate di natura politica).

Se questo è vero, è pertanto possibile dire che: il degrado è percepito come un accumulo di materiale (di qualsivoglia natura) che viene prodotto a seguito di un processo di consumo, esaurimento e successivo scarto e questo accumulo è dovuto alla rottura di una promessa. Se il patto è che debba esistere una sovrastruttura che si occupa dei rifiuti a Roma allora l’aspettativa sarà che questa sovrastruttura si occupi della gestione di questi prodotti di scarto in maniera tale da non creare eccessivi accumuli in strada. Il patto (e quindi la promessa) è sancito attraverso il pagamento di una tassa e acquista i tratti dell’erogazione di un servizio.

A riprova di quanto enunciato qui sopra, quando circa quattro anni fa l’attore Alessandro Gassmann con l’hashtag #romasonoio proponeva e invitava i cittadini romani a scendere in strada e pulire, la risposta di molti utenti attraverso i giornali e social media fu negativa. Poiché si pagano le tasse per il servizio di pulizia delle strade e raccolta dei rifiuti, non era compito dei cittadini ma della sovrastruttura che erogava tale servizio effettuare una buona raccolta dei rifiuti in strada. Stesso dicasi per il gruppo di architetti GAP (Gruppi Artigiani di Pronto-intervento) che, con l’aiuto della notte, riparano pezzi di città dall’incuria dovuta alla mancanza di intervento della sovrastruttura di riferimento (in questo caso il comune di Roma).

Occorre a questo punto ritornare un momento sulla definizione di degrado formulata poco sopra per aggiungere un’ultima riflessione. Se si sposta l’attenzione direttamente sulla presenza dei sacchetti in strada, si noterà che questi non sono il vero problema ma semmai l’esposizione evidente di un problema che ha radici più profonde e che coinvolge, seppur indirettamente, i cittadini stessi. In un’ottica un po’ animista quel che rimane è che questi sacchetti restano pubblicamente esposti alla giornata, privati come sono di un orizzonte temporale all’interno del quale la loro pubblica presenza possa essere gestita.

Proverei ora a spostare i ragionamenti fatti fin qui su un piano più prettamente legato all’essere umano. Che l’immondizia possa essere una metafora potente a spiegare come alcune forme di vita subiscano gli stessi meccanismi di scarto lo dice il Papa stesso. Nell’enciclica Laudato Si, dove Papa Francesco lega intimamente la povertà e il degrado sociale con le questioni più attinenti all’inquinamento e il degrado planetario, il Pontefice scrive “questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura.”

L’aspetto però che mi preme maggiormente raccontare è quello relativo all’orizzonte temporale. Nel cortometraggio A Memoria di Maresco e Crispì la povertà è descritta attraverso la rappresentazione di corpi inerti che vagano in architetture fatiscenti. Il dispositivo mediante il quale l’assenza di orizzonte viene espressa è infatti proprio quello architettonico: il movimento, che da gesto funzionalizzante si rende inespressivo, quasi fosse un riflesso involontario, descrive corpi che navigano all’interno di un contesto spaziale spogliato di qualunque funzione, abbandonato ed esposto a se stesso proprio come le figure che vagano in esso.

Che il possedere un orizzonte temporale fosse una chimera, gli antichi Greci lo sapevano bene e lo identificavano nell’effimero. Effimero infatti non aveva, al contrario di noi contemporanei, alcun legame con la durata breve di un evento. Piuttosto, significava esposizione al giorno e alla giornata. L’essere umano era esposto agli eventi, viveva la giornata sotto il giogo di una volontà divina, che inquadrava l’esistenza di qualunque individuo all’interno di una costante precarietà. È proprio quest’ultima, a mio avviso, che la nostra società iper-moderna e iper-connessa si affanna a raccontare diversamente sotto le spoglie di una stabilità fittizia e conformante.

Quando sento politici inneggiare a tutte le decine di migliaia i persone che lo seguono lo slogan “porti chiusi!” Il mio pensiero non può che tornare a quello che descrivevo sopra riferendomi all’immondizia. Mi domando infatti cosa succederebbe se da domani la sovrastruttura che si occupa dei rifiuti a Roma dicesse che i cassonetti sono chiusi e che i rifiuti ce li dobbiamo gestire a casa nostra (continuando a produrne)? Quello che a me pare sfugga nel dichiarare che i porti sono chiusi, che certe persone è meglio che non arrivino, è in realtà un’implicita dichiarazione di incompetenza, di una manifesta incapacità di gestire una situazione che genera un accumulo di persone, esseri viventi, che vengono trattati alla stregua dei rifiuti. E la presunta soluzione propinata avviene per mezzo di un atto de-responsabilizzante che colpisce soprattutto l’altro (il più debole).

Quello che vedo accadere in questi giorni così come quando lo raccontavo nel post del 2015 sono cittadini, siano essi una capitana di nave piuttosto che un senzatetto, che si assumono la responsabilità di prodigarsi per un bene superiore che è in fondo un bene comune, assumendosi tutti i rischi connessi a tali gesti. Queste azioni, se da un lato esprimono un senso critico fortissimo verso un modo di intendere l’agire politico quale erogazione di un servizio, dall’altro invitano e aprono questa stessa azione critica ad un ripensamento: la vera innovazione sociale si attua smettendo di intendere i problemi che si presentano di volta in volta e in sfere differenti come la rottura di una promessa legata ad un servizio, che spesso sfocia in mera lamentela e disillusione. Piuttosto, perché si attui una vera innovazione sociale e culturale, occorre comprendere e ripensare il nostro senso civico in una chiave più ecosistemica.

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